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Gli esaltanti colori della divina costiera

La storia della ceramica artistica vietrese




Le origini

La lavorazione della ceramica a Vietri costituisce un’arte di antichissima tradizione che vive ancora oggi  nelle numerose botteghe artigiane disseminate per le viuzze tortuose del paese, tipiche del paesaggio costiero, dove si tramandano le tecniche di lavorazione e decorazione della ceramica, derivanti da secoli di  storia, in cui abilità, stili ed elementi decorativi latini si sono fusi con quelli bizantini, arabi, rinascimentali e barocchi.I manufatti dei maestri ceramisti vietresi evocano la magia e il fascino dei colori della costiera amalfitana, dal fulgido giallo del rovente sole campano e degli odorosi limoni alle intense sfumature di blu e verde del mare: il risultato è un prodotto pregevole dallo stile inconfondibile, apprezzato in tutto il mondo.
Le origini della ceramica vietrese sono antichissime e si intrecciano con quelle della città, l’antica Marcina, di origine etrusca, il cui nome ricorre in antiche iscrizioni, ma mai identificata con certezza. La sua storia si perde nel mito: Giasone, alla ricerca del vello d’oro, fu scagliato sulla costa insieme ai suoi Argonauti dall’ira di Eolo, dio dei venti. Affascinato dalla struggente bellezza del luogo, vi costruì la città di Marcina e un tempio dedicato ad Hera Argiva, protettrice della navigazione e della fertilità.
Al di là della leggenda, la fondazione di Marcina si deve ai Tirreni, navigatori Etruschi che approdarono su questo lembo di costa campana probabilmente attorno al VII secolo a.C., sicuramente attratti dalla posizione strategica dell’insenatura, naturalmente riparata e crocevia di scambi commerciali, nonché dall’abbondanza di acque e di un materiale di cui l’entroterra era ricco: l’argilla.
Gli Etruschi, che avevano appreso l’arte di lavorare la creta, in cui erano abilissimi, dai coloni greci, seppero sfruttare questa ricchezza del suolo e intrapresero il commercio di vasellame, suppellettili varie e oggetti di culto in terracotta, fabbricati sapientemente con le prime rudimentali fornaci.
Nel V secolo, i Vandali di Genserico distrussero Marcina, ma già in epoca longobarda (secc. VI-VIII) è documentata la presenza in quello stesso luogo di un nuovo insediamento, la cui denominazione “locus Veteri” - da cui Vietri - confermerebbe l’esistenza di una precedente città.

Dal Medioevo al trionfo ottocentesco delle “riggiole”
Durante il Medioevo, insieme alla città, rifiorì anche l’arte della ceramica, arricchendosi di nuove forme e influenze. La peculiare posizione geografica di Vietri, ubicata sul mare, tra Salerno ed Amalfi, le consentiva di beneficiare dei vantaggi legati agli scambi commerciali che le due città intrattenevano con il mondo orientale: in particolare, essi favorirono l’incontro e la fusione con lo stile e i motivi della ceramica araba e bizantina. Si riscopre la tecnica dell’invetriatura. Già adoperata dai popoli mesopotamici e conosciuta in epoca romana, questa tecnica, che consente di impermeabilizzare gli oggetti in terracotta mediante un rivestimento ottenuto dalla miscela di varie sostanze, tra cui silice e piombo, fu ampiamente utilizzata nel salernitano: la ritroviamo ad esempio nella produzione dei vasi farmaceutici della “Scuola Medica Salernitana”. Se i numerosi ritrovamenti e i resti di fornaci e di vasche per la decantazione dell’argilla testimoniano l’esistenza di una produzione e un commercio di ceramiche nel centro costiero e nelle aree limitrofe durante tutto il Medioevo, la più antica documentazione scritta finora pervenutaci risale al XV secolo: è da questo momento che si può parlare con certezza di un’industria ceramica vietrese, con la presenza ampiamente documentata, sia a Vietri che nelle vicine Salerno, Cava e Nocera, di numerose botteghe di maestri ceramisti.
Nel corso del Cinquecento e del Seicento, la lavorazione della ceramica assunse un’organizzazione protoindustriale: si moltiplicarono a Vietri le fabbriche di ceramica, le cosiddette “faenzere”, dal nome della  città di Faenza, dove, nel XV secolo,  si era sviluppata la produzione di una maiolica rivestita da uno smalto stannifero, che conferisce una base lucente, perfetta per la successiva decorazione, e destinata a diventare un prodotto ceramico di altissimo pregio. La produzione riguardava soprattutto utensili da cucina, piatti, boccali, “langelle” (recipienti panciuti per la raccolta e il trasporto dell’acqua), piccoli vasetti, oltremodo  arricchendosi, col passare del tempo, di nuove forme e motivi decorativi, grazie anche all’arrivo, nel  Seicento, di artigiani abruzzesi e irpini nel salernitano. A questo periodo risalgono anche la diffusione della “maiolica di stile compendiario” - così denominata per lo sfondo bianco e le poche raffigurazioni stilizzate e riassuntive che la contraddistinguono - e una sempre più intensa produzione di oggetti legati al culto religioso e mattonelle destinate alle edicole votive.
Nel Settecento la gamma cromatica si arricchì di nuove tonalità e fu introdotto il decoro paesaggistico in turchino, ma fu soprattutto nell’Ottocento che la ceramica vietrese si impose sul mercato con le “riggiole” - in dialetto napoletano, piastrelle - interamente realizzate e decorate a mano, con motivi geometrici, astratti e naturalistici, utilizzate per pavimenti e rivestimenti. La sua straordinaria presenza in case, chiese e conventi e  l’abbondanza degli esemplari pervenutaci testimoniano come la “riggiola” vietrese fosse divenuta fortemente competitiva nei confronti di quella prodotta dalla già consolidata industria napoletana.

Il periodo tedesco
Ad una stasi dei primi due decenni del Novecento, seguì, tra gli anni venti e la seconda guerra mondiale, una stagione di grande fervore creativo e produttivo, il cosiddetto "periodo tedesco", contraddistinto dall’arrivo di numerosi artisti stranieri provenienti dal centro Europa, soprattutto tedeschi, richiamati dal fascino esercitato dalla bellezza dei luoghi e dal clima di maggiore libertà e serenità, non ancora turbato dai primi segnali di avvento del nazismo. Essi impreziosirono l’antichissima arte della ceramica a Vietri con nuovi e interessanti contributi, pur nel rispetto delle tradizioni locali, attingendo al paesaggio dal quale erano rimasti affascinati e alle semplici scene di vita quotidiana del popolo di artigiani e pescatori che li avevano ospitati. Paesaggi agresti, pastori, contadini, animali, fiori, donne alla fontana, pescatori, mare: questi i motivi prediletti dagli artisti del “periodo tedesco”, trasposti in un’atmosfera sognante e senza tempo, a volte intrisa di classicità, altre volte di motivi medioevali o rinascimentali, per una ceramica che assunse fama internazionale e fu esportata in tutto il mondo.
Tra i maggiori rappresentanti di questo “aureo” periodo, ricordiamo Riccardo Dölker che rinnovò la ceramica vietrese con nuove immagini e colori, in cui confluivano esperienze personali e istintiva creatività, introducendo l’uso del rosa e del rosso chiaro e un nuovo repertorio iconografico: le donne con le “langelle” sul capo e la caratteristica figura del “ciucciariello”, l’asinello verde forgiato per la prima volta nel 1923. In particolare quest’ultimo, che Dölker mutuò dal paesaggio sardo  -  egli infatti giunse a Vietri di ritorno dalla Barbagia - assurse a simbolo internazionale di Vietri e della sua ceramica.
Lo stile di Dölker, contraddistinto dalla predilezione per i temi popolari e da una continua sperimentazione, si avvale di suggestioni culturali molteplici, che catturano termini distanti nel tempo e nello spazio, in un’affascinante coniugazione di estrema modernità e nostalgica tradizione.
In questo clima operò anche Irene Kowaliska, la cui produzione ha un sapore popolare e naif, frutto di una consapevole e ricercata semplificazione, in cui motivi nordici si congiungono a quelli ispirati alla quotidianità e alla tradizione locale.
Tra gli italiani che contribuirono a questa straordinaria stagione artistica, vanno menzionati Guido Gambone, che seppe conferire un’impronta personale e originale alle suggestioni ricevute dagli artisti tedeschi, rivolgendo particolare attenzione alle tecniche e alle procedure di lavorazione delle materie, e Giovannino Carrano, uno dei più importanti e versatili maestri ceramisti della scuola vietrese, che sviluppò uno stile morbido ed equilibrato, caratterizzato da estrema felicità espressiva.




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